Roberto Van Heugten

Roberto Van Heugten, scrittore emergente con molte pubblicazioni all’attivo, scrive di gioco sulle pagine di Italy4golf, nella rubrica “Lost balls in Italy”.
La narrazione è differente: nelle sue pagine si parla infatti di sport, ma soprattutto di territori e ospitalità.

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Chervò Golf Hotel & SPA Resort San Vigilio

LOST BALLS IN ITALY – DI ROBERTO VAN HEUGTEN

Sono comodamente seduto sulla terrazza esterna alla Club House del Chervò Golf Hotel & SPA Resort San Vigilio, il famoso golf, hotel, resort e spa realizzato durante il primo decennio del duemila in una delle zone più incantevoli del nord Italia.

La sponda meridionale del Lago di Garda, affiancata sui lembi dall’anfiteatro morenico, qui si apre su declivi più morbidi, dove la sapiente mano dell’uomo ha arredato centinaia di ettari coi potenti vigneti del Lugana, mentre la forza di lungimiranti operatori ha creato l’offerta ideale per un turismo di eccellenza.

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Da qualche anno frequento lo Chervò, sia come giocatore che come avventore. Mi piace condividere la mia esperienza con gli amici di golf più cari. Oggi ho scelto di farlo in un modo diverso dal solito: ho mandato in campo Ilaria e Alberto con un paio di “istruzioni” per l’uso dei percorsi, e sto aspettando il loro ritorno. Sono giocatori abili, so che l’attesa non sarà lunga.

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Ma se anche fosse, diciamo che le ore trascorse allo Chervò non sono mai sprecate. Il primo bicchiere, un Lugana prodotto a cinquecento metri da qui, dorato, fresco e dal profumo gradevole sta accompagnando la vista che spazia sul campo.

Proprio qui sotto, due green, uniti tra loro a formare un unico enorme tappeto rasato, sono l’arrivo dei percorsi Benàco e Solferino, il giallo e il rosso nei colori di circolo. Mentre la nove rossa, par 5, lascia vedere solo il secondo colpo e oltre, la nove gialla è completamente in vista e resa affascinante dal lago che divide i due fairways. Nel centro dello specchio d’acqua, una grande fontana crea giochi di spruzzi e vapore attorcigliati dalla brezza, quasi una costante in questo territorio.

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Trentasei buche non possono essere raccontate tutte qui, come potrete ben immaginare. Né è mia intenzione farlo, perché c’è molto altro che merita di essere narrato. Detto quindi di rosso e giallo, citerò per cortesia il bianco e il blu. San Martino il primo, con vista spettacolare sull’omonima Torre di epoca risorgimentale, divertente percorso Executive il secondo, con nove par 3 dove esercitare il secondo colpo dei circuiti maggiori e l’intero set di approcci e uscite dai bunker.

Diciamo che il progettista, l’austriaco Kurt Rossknecht, ha ben sfruttato il lotto messo a disposizione, realizzando un campo dove tutte le abilità golfistiche possono essere messe pienamente in gioco.

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Intanto che vi raccontavo queste cose, il bicchiere se n’è andato. Ilaria e Alberto ancora non si vedono, la sete si fa sentire insieme a un certo languorino. La bonaria fregatura di questo posto è la cucina. Aperta praticamente sempre, dall’ora di pranzo in poi è possibile chiedere la qualunque, così mi sento costretto a chiamare il maître e ordinare, senza riguardo alcuno per la mia forma fisica, una carbonara e un altro bicchiere di vino. Che vita, ragazzi!

Ecco, sarà pure un segno, ma mentre la mia comanda viene inviata alla cucina, sul fairway della nove rossa fanno capolino i miei amici. Diciotto buche in poco più di tre ore, bravi! Adesso però voglio proprio guardarli, nell’approcciare il green con un piccolo canale messo di traverso a una distanza che sembra calcolata apposta per fargli ingoiare palline fino a scoppiare! È una maledetta trappola, quel fosso.

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Mi sposto su una delle poltroncine nell’erba, proprio in favore di visuale sulla buca. Loro si trovano al terzo colpo: Alberto più avanzato, può tentare il suo shot di giornata. Ilaria è leggermente arretrata, chissà come deciderà di gestire l’approccio. Tocca a lei, quindi, iniziare l’avvicinamento al green: vedo che prende un ferro da corta distanza, non vuole prendersi il rischio dell’ostacolo frontale. Prova, ancora prova, colpo! La pallina vola alta, rimane come sospesa nell’aria a prendersi l’aerosol rubato dalla fontana e portato dal vento, poi scende in picchiata fino a fermarsi a pochi metri dal fosso. Calcolo perfetto, le donne del golf sono macchine invincibili per precisione, più che per potenza.

Ah, già! Adesso tocca a lui. Dai cento metri circa dove si trova, sono cavoli amari. Se rimarrà corto, acqua. Se scapperà lungo, bunker di protezione, lago laterale e fuori limite saranno là ad aspettarlo, come ogni giorno altre decine di giocatori nelle stesse condizioni. Ma che fa? Ha in mano un wedge cortissimo, vuole attaccare la bandiera con il terzo colpo. “Ok, amico mio, sarai anche bravo ma stai per farti male, sai?” Fa una prova veloce, perfino troppo. È gasato, segno che arriva da un buon giro e vuole chiuderlo alla grande; lo immagino mentre sogna un birdie da raccontare sfottendo i mediodilettanti come me… Lascia andare il colpo, il grido spinge il volo della zolla verde che è partita più forte della sfera bianca. Flappa clamorosa, palla in acqua! Maledizioni a tribordo, risate in terrazza! Non ce l’ho fatta a trattenermi, sono malvagio, lo so. Ma quando ci vuole…

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Saliti in terrazza, dopo aver concluso il giro con un’affaticata scarica di putt, Ilaria e Alberto notano innanzitutto il mio affetto verso la carbonara fumante appena giunta al tavolo. Accolgo con piacere i loro commenti entusiasti sull’esperienza di gioco appena conclusa. Certo, quel maledetto tuffo in acqua all’ultimo respiro non ci voleva, ma il golf si rivela sempre per la brutta bestia che è. Il campo è piaciuto molto, Ilaria porterà un ottimo ricordo della sua versatilità che rende anche le zone difficili praticabili da qualsiasi livello di giocatore.

Esauriti i convenevoli di rito, decidono di soprassedere a spuntino e vinello e li sostituiscono con un percorso wellness nella spa attigua all’hotel. Del resto, si sono concessi un long weekend sul Garda, dove certo privilegiare il gioco, ma non solo.

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Mi salutano, li vedo allontanarsi verso l’hotel baciati da un sole che qui tramonta per ultimo mentre io finisco di rollare l’ultimo boccone di spaghetti, deliziosi come sempre, e mi concedo l’ultimo sorso di Lugana prima di tornare a casa.

Chervò è anche questo. Uno spuntino alla carta del ristorante, due chiacchiere con gli amici, lo sfondo verdissimo di un campo che ai più appare come un ottimo connubio tra tecnica sportiva e approccio turistico del gioco del golf.

Finora i numeri hanno dato lustro e ragione al progetto imprenditoriale di Chervò San Vigilio, e uno schiaffo a molte convinzioni che volevano mantenere il golf ristretto appannaggio di potenti restii alla sua diffusione. Con queste riflessioni mi avvio all’uscita, non prima di aver curiosato nell’area meeting per scoprire quale azienda ha sfruttato oggi l’area conferenze ricavata nei grandi spazi della clubhouse. A giocare tornerò un’altra volta, il mio circolo apre 365 giorni all’anno e fra questi troverò certamente quello ideale!

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Il territorio attorno allo Chervò San Vigilio

La sponda meridionale del Lago di Garda ospita una variegata offerta di intrattenimento sportivo. Alle attività tipiche dei luoghi vacanzieri, legate all’acqua, si affianca un reticolato di percorsi ciclabili disegnati tra le colline, perfettamente segnalati e da affrontare con relativa sicurezza. Per quanto ci riguarda, noi appassionati di golf intendo, beh… quanti altri posti in Italia possono essere definiti una “perfect golf destination”?

Tre uscite autostradali della Milano-Venezia, distanti tra loro diciotto chilometri, accompagnano il turista sulla strada più breve per raggiungere ben sette campi da golf, dei quali Chervò San Vigilio è quello con la più completa offerta sia sportiva che ricettiva. Qui si può quindi stabilire il “campo base” da cui spostarsi in visita agli altri circoli. “Sette campi in sette giorni” può essere il titolo del prossimo viaggio di golf ideale, per capirci.

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Abbandoniamo per un attimo ferri, trolley e scarpe tacchettate; concentriamoci sulle esperienze. Siamo tra Valtènesi, Alto Garda bresciano, colline moreniche mantovane, prime pendici del Monte Baldo, sponde del Mincio. C’è di tutto, signori!

Piccole produzioni gastronomiche locali, ben suddivise tra salumi, conserve, prodotti a base di limoni, cedri, zafferano, tartufo, funghi. Preparati cosmetici biologici a base di lavanda, fiori autoctoni, acque termali che abbondano sotto un coperchio di antica origine vulcanica. I vini, rappresentati da Groppello, Chiaretto, Lugana, Marzemino, Bardolino e poco più su i Valpolicella.

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Tutto ciò ha origine da una lunga storia. Nel basso Garda ci si sposta tra insediamenti preistorici in aree palafitticole, reperti romani, castelli medievali, ville rinascimentali, monumenti del risorgimento e delle guerre di liberazione, chiese di ogni epoca. Testimonianze di quanto questo territorio sia stato importante, fin dalle origini dell’umanità, sono reperibili in tutti i paesi e piccoli borghi che punteggiano il verde eterno delle campagne, in un contesto di ordine e organizzazione che aiuta il Lago di Garda a risultare il più frequentato dei distretti turistici italiani (anno 2018: 25 milioni di presenze).

Roberto Van Heugten
Italy4golf Italian Ambassador
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