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Dove va il business del golf

Come procede il business del golf nel mondo? Beh, si tratta chiaramente di una domanda cui è difficile rispondere per svariate ragioni. Ma in giro c’è chi se la pone, come Michael Braidwood – General Manager, Education City Golf Club, Qatar, che ha scritto un interessantissimo articolo su Golfbusinessmonitor, alla base di questo pezzo sul blog di Italy4golf.

Le statistiche – macro & micro

Come osserva Braidwood, oggi disponiamo di tutta una serie di statistiche circa il business del golf che puntualmente puntano i riflettori su questo o quell’altro aspetto e, conseguentemente, assistiamo a titoli definitivi e altisonanti, del tipo “il golf sta morendo”, “ il golf sta esplodendo”, “il golf ha bisogno di cambiare” e via dicendo.

I motivi di queste affermazioni, spesso appunto anche contradditorie, sono vari: alcuni report sono guidati da obiettivi secondari, altri sono realizzati con campioni di ricerca troppo piccoli, o comunque troppo circoscritti, per essere realmente credibili in un’analisi che dia informazioni realistiche circa l’intero golf business internazionale.

E molto dipende anche dal fatto che in alcune nazioni il gioco del golf è relativamente recente, per questo mostra interessanti curve di crescita, mentre in altre nazioni già avvezze alla disciplina, la partecipazione fluttua in conseguenza del meteo e dell’economia del Paese.

Quindi, in sostanza, è difficile scattare un’istantanea del business del golf nella sua interezza, ma non possiamo non notare che la sua misurabilità a un livello micro sia già qualcosa di nuovo e che qualcuno sulla base di queste statistiche e indagini si sta muovendo, e ciò è certamente bene, indipendentemente dall’attendibilità delle ricerche.

Le barriere alla disciplina – percezione e realtà

Sebbene chiunque giochi a golf sappia che questo è un grande sport per svariate ragioni (perché è uno sport per tutti e per tutte le età, perché lo si può praticare senza essere degli atleti, perché è all’aria aperta, perché favorisce la socializzazione, perché ogni buca è diversa da un’altra ecc. ecc.), vi sono una serie di motivazioni che fungono da deterrente, delle barriere all’ingresso:

  • troppo costoso
  • gioco da vecchi
  • troppo difficile
  • troppo lento
  • elitario
  • sessista
  • pieno di regole

Ebbene, è pur vero che si tratta di barriere piuttosto difficili da scrollarsi di dosso, ma anche che ogni disciplina sportiva evolve nel tempo e dire che il golf non stia cambiando oggi sarebbe un errore.

Forse non ancora a sufficienza in Italia, ma nei Paesi che hanno una propensione storica al concetto di business e al cambiamento, come sono i quelli anglosassoni, da qualche anno ormai si nota una certa voglia di innovazione e sperimentazione.

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Innovazioni – concept, format e regole che stanno cambiando la disciplina

Nuovi concept, anche dichiaratamente sviluppati per attrarre l’audience televisivo, piuttosto che i membri di un club, e i club stessi, che si stanno sempre più rendendo conto di essere operatori di business veri e propri e quindi tendono a implementare risorse con background economici e di marketing.

Allo stesso modo emergono nuove iniziative, in particolare volte a sollecitare la partecipazione femminile, come Love.golf, e a facilitare l’accesso delle nuove generazioni, come il concept della Junior League Americana che è molto inclusivo perché permette ai ragazzi di gareggiare in team dove i giocatori meno talentuosi possono sentirsi comunque appagati perché parte di una squadra vincente.

La stessa problematica della “velocità di gioco” viene affrontata con il cambiamento di alcune regole, come quella dei 5 minuti per la ricerca della pallina e che dal prossimo anno diverranno 3, oppure come le regole di pericolo laterali. Certo non sono una rivoluzione, ma sono un segnale di cambiamento della disciplina verso quelle che sono le esigenze dei giocatori di oggi.

Certo il costo, o meglio, la percezione di “sport da ricchi” rimane uno scoglio importante, ma anche qui si consideri che sport considerati economici fino a poco tempo fa, in realtà non lo sono più molto: come sostiene Braidwood, abbigliamento e attrezzature tecniche oggi sono costose anche nel calcio, inoltre si notano incentivi, promozioni e strategie di marketing rivolte proprio a favorire l’avvicinamento dei più giovani alla pratica del golf. Qui bisognerà però lavorare ancora molto, perché, sebbene non sia uno sport da ricchi, la percezione, in Italia anche più che all’estero, è purtroppo tuttora questa.

Emergono anche nuovi format di gioco, che certamente fanno storcere il naso ai puristi del golf, ma che all’estero stanno dimostrando di avere un senso. Si tratta di evoluzioni del campo pratica o della stessa disciplina, si va quindi da Top Golf e Trackman, che consentono di trasformare il campo pratica in un gioco quasi a sé stante decisamente coinvolgente sia per gruppi eterogenei che come sfida personale per il miglioramento personale, fino agli ibridi sportivi come il foot-golf.

Ma le cose stanno cambiando anche per chi assiste, perché anche lo spettatore oggi ha la possibilità di partecipare a svariate attività interattive che lo intrattengono e sono anch’esse generatrici di business correlato al golf.

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Conclusioni – strategie personalizzate e business correlati

In conclusione, sì, siamo ancora lontani da altri sport che hanno fatto dell’intrattenimento la propria bandiera, ma certamente qualcosa si sta muovendo in questo senso anche nel golf business.

I club, in particolare quelli di nazioni come l’Italia, ancora arroccati a un’idea ormai stantia di golf, devono oggi darsi da fare se vogliono sopravvivere, devono guardarsi attorno e capire quali sono le soluzioni provate da altri che possano funzionare anche per loro, e magari pensare di proprie, non solo per mantenere la propria base d’iscrizioni annuali, fino ad ora il mantra di ogni direttore, ma anche e soprattutto per stimolare i business correlati, che possono dare ossigeno al club con nuovi utenti e portare denaro nelle casse, ingenerando un circolo virtuoso che rivitalizzi il club.

Lo stesso Braidwood sostiene che i club dovrebbero smettere di guardare alla percezione macroscopica del settore e concentrarsi invece maggiormente sul proprio business, solo così è possibile trovare soluzioni produttive sostenibili e realmente efficaci.

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