Il mercato dei green fee in Europa

Il mercato dei green fee in Europa

Il modo in cui i campi da golf fanno business differisce da nazione a nazione, non è una novità. Se alla base ci sono sempre gli associati, il sistema dei green fee sta pian piano divenendo una fonte di profitto primaria, in particolare nelle economie più dinamiche.

È, infatti, sostanzialmente quanto sta succedendo nel centro e nord Europa: una soluzione che permette di ampliare il bacino di utenti (seppur occasionali, ma con possibilità di fidelizzazione, sebbene non sancita da forme contrattuali) dei vari campi, incrementando così le entrate che possono essere reinvestite in miglioramenti del campo da gioco e dei servizi offerti, generando così un loop virtuoso che continua ad attrarre nuovi utenti.

Ed è quest’ultima parte che in Italia pare non essere ancora stata ben compresa: si pensa, infatti, che la strategia di business dei green fee vada a discapito degli associati. Questo è quindi uno dei motivi principali per cui nel nostro paese il sistema dei green fee non è visto propriamente di buon occhio: gli associati lamentano il fatto che maggiore è lo spazio (o, meglio, il tempo) offerto in green fee, e minore è la disponibilità che rimane loro.

Va anche detto che in molti golf club nostrani le posizioni di vertice, direttori e affini, sono spesso occupate da associati veterani elevati al ruolo di amministratori, non tanto per le loro doti manageriali, quanto, piuttosto, sulla base della stima che gli associati tributano loro.

E proprio qui sta la trappola: venendo meno la propensione al profitto e al business, il circolo diviene una sorta di parco giochi privato, cosa che non sarebbe un male in sé, se non fosse che il numero di associati (tutti i circoli lamentano) continua inesorabilmente a scendere, per vari motivi, non ultimo però la “chiusura” nei confronti di pubblici che non siano quello già acquisito degli associati.

Questa reticenza all’apertura, va detto, è tipica delle realtà italiane di qualsiasi settore, il famoso campanilismo, che se da un lato ha contribuito in passato alla conservazione dell’identità, sfocia oggi nell’isolazionismo, dove l’assenza di comunicazione e collaborazione fra gli attori (in orizzontale, fra golf club, e in verticale, fra soggetti di varia natura) frena l’evoluzione del sistema. E un sistema che non evolve, un sistema chiuso, lo insegna la biologia, è destinato a perire.

Così possiamo continuare a raccontarci che siamo i migliori, che non siamo interessati e quant’altro, ma, d’altra parte, non sembra esserci soluzione e anche qui non stiamo certamente al passo dei nostri cugini d’oltralpe, figuriamoci, degli svedesi o degli inglesi (che il business ce l’hanno nel sangue molto più del golf): mentre i nostri circoli ancora faticano a mettere in piedi sistemi di booking online dedicati agli associati per la prenotazione dei tee time, in Europa fioriscono piattaforme per l’acquisto in tempo reale di green fee.

Il loro modello di business è, in realtà, molto semplice e non si discosta da strumenti che già tutti conosciamo e usiamo lodandone la semplicità ed efficacia: si tratta di servizi molto simili a booking, just eat, uber ecc. In sostanza, grandi player digitali che in collaborazione con chi offre il servizio (i campi) vendono direttamente ai consumatori (i golfisti) i green fee, con soddisfazione dei campi, che a fronte di commissioni relativamente esigue non necessitano di destinare energie alla gestione del servizio, e dei giocatori, che possono prenotare ovunque e in qualsiasi momento ricevendo feedback immediati.

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